Un giovane italiano nella Cina degli anni ’80 – Episodio 11

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Scritto da Tai Pan

Coloro che non avessero ancora letto i precedenti episodi, potranno farlo cliccando sul link “Storie della mia vita” in alto a sinistra della pagina.

La visita alle fabbriche di ricamo a mano

Il giorno dopo la splendida gita sulle montagne dello Hunan ci attendeva una giornata di visite alle fabbriche che avrebbero prodotto i nostri capi di abbigliamento con ricami fatti a mano. E quest’ultimo aspetto era quello che mi incuriosiva di più perché in Italia oramai i ricami fatti a mano erano molto rari e anche e soprattutto molto costosi. Durante tutta la giornata visitammo 4 fabbriche e ne scegliemmo 2 per le nostre produzioni. Queste visite mi mostrarono realtà produttive assolutamente diverse da quelle italiane non solo per i metodi ma anche per gli ambienti produttivi.

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Innanzi tutto le fabbriche, come era in Italia agli inizi del novecento, si sviluppavano in altezza, in costruzioni paragonabili ai nostri normali palazzi e questo creava non pochi problemi quando bisognava spostare la merce da un reparto all’altro, da un piano all’altro.

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Ma la cosa più sorprendente riguardò i ricami. Personalmente ero molto scettico riguardo quelli che mi avevano presentato come ricami a mano; al massimo, avevo pensato, potevano essere realizzati a mano/macchina cioè con delle macchine da ricamo azionate e gestite a mano, ma la realtà di fronte alla quale mi trovai quando entrammo nel reparto ricamo della prima fabbrica mi lasciò senza parole!

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Un grande ambiente nel quale c’erano decine di donne, ognuna nella propria “postazione” che era costituita da uno sgabello sul quale era seduta, intente a ricamare a mano su di uno di quelli che da noi erano comunemente chiamati i telai da ricamo della nonna e cioè una struttura di legno sulla quale era fissata la parte da ricamare e che permetteva quindi comodamente di entrare e uscire dal tessuto che si ricamava con ago e filo, il tutto rigorosamente e assolutamente a mano!

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Mi spiegarono che nella Cina Popolare degli inizi anni ’80 i ricami fatti a mano costavano molto meno di quelli fatti a macchina, esattamente l’opposto che in Italia, perché le macchine da ricamo erano allora pochissime e costosissime, essendo state tutte importate poiché non esisteva una adeguata produzione interna.

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Seppi che molte delle donne che ricamavano non erano di Changsha ma provenivano dalle campagne, anche lontane, perché per loro quello era l’unico modo per evitare il duro lavoro da contadine che altrimenti sarebbero state costrette a svolgere senza alcuna distinzione di compiti fra uomini e donne, altro aspetto assolutamente usuale a quei tempi.

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Inoltre mi raccontarono che per le famiglie di contadini, essendoci una legge che limitava le nascite dei figli, avere una figlia era considerata quasi come una disgrazia perché i figli maschi erano più adatti ai lavori dei campi. Vidi degli angusti stanzini stipati di lettini, alcuni con donne che dormivano per l’avvicendamento dei turni lavorativi, dove dormivano le ricamatrici che arrivavano da lontano per il periodo di produzione.

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Mi passarono davanti agli occhi le immagini dei nostri lavoratori, dei sindacati e delle nostre fabbriche e immaginai come sarebbe stato “istruttivo” per tutti fare un viaggio in Cina per vedere le locali condizioni di lavoro e, quindi, apprezzare fino in fondo le conquiste in tal senso che già a quei tempi erano state fatte in Italia. Notai anche che i funzionari dell’ente commerciale governativo trattavano, stranamente, con molta deferenza la donna che mi era stata presentata come la direttrice della fabbrica e durante il viaggio di ritorno scoprii il perché.

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Un funzionario, sollecitato dalla mia insaziabile voglia di sapere e conoscere tutto della realtà che mi circondava, mi raccontò che prima della rivoluzione culturale quella fabbrica era di proprietà della signora e della sua famiglia, che era una delle più ricche e in vista di Changsha, e che, dopo la confisca da parte del partito comunista salito al potere, era stato deciso di conferire l’incarico di direttrice alla signora che da ex proprietaria era assolutamente adatta al ruolo!
Incredibile esempio di razionalizzazione delle limitate risorse umane per ricoprire incarichi di responsabilità a seguito della rivoluzione culturale che aveva portato al potere tante persone con scarsissima istruzione.

Ma durante tutta la giornata in giro per fabbriche, presso una delle quali pranzammo anche, uno dei miei colleghi italiani ebbe un “problemino” mica da ridere: le toilettes delle fabbriche erano molto sporche e lui non riuscì neanche a farci una pipì! La cosa, protratta per una intera giornata, anche se lui cercò di bere pochissimo, gli creò un certo “disagio” fisico per cui quando a sera prendemmo la strada del ritorno era allo stremo…e al limite della resistenza…Non andare a fare la pipì per tutte quelle ore era un’opera da superman ai miei occhi e a quelli dell’altro italiano e quindi durante il tragitto di rientro lo prendemmo in giro con battute esilaranti che facendolo ridere lo mettevano ancora di più in difficoltà…

Entrammo nella hall dell’albergo con il nostro amico che faceva fatica a camminare poiché non riusciva più a trattenerla…e quando arrivò l’ascensore, che doveva portarci all’ottavo piano, lui vi entrò trascinando le gambe; la situazione era allo stesso tempo comica e grottesca ed a me “sgorgò” naturalmente una battuta: “guarda che ci vogliono ancora otto piani e, dato che l’ascensore è lento e siamo solo noi 3 nella cabina, ti consiglio di farla nell’angolo sotto i pulsanti dei piani!”. L’altro mio collega ed io scoppiammo contemporaneamente a ridere fragorosamente e, purtroppo, contagiammo anche colui che era in difficoltà per cui accadde l’irreparabile: l’amico che si tratteneva la pipì dal mattino scoppio anch’esso in una risata irrefrenabile ma questo diede l’ultimo definitivo colpo alla sua “resistenza” per cui gli scappo la pipì e ricordo ancora oggi come lui rideva e si guardava i pantaloni che si stavano bagnando tutti sul davanti, lasciando gocciolare la pipì sulle scarpe e sul pavimento dell’ascensore! Ma non è finita qui perché, “tragicamente”, al quinto piano l’ascensore si fermò perché la avevano prenotata per cui la porta si aprì e 2 cinesi, che stavano per entrare, rimasero impietriti e senza parole mentre guardavano la “apocalittica” scena del Gweilo che faceva la pipì nei pantaloni al centro dell’ascensore… Per fortuna ebbi la prontezza di spirito di schiacciare di nuovo il pulsante del nostro piano e le porte si richiusero con il nostro amico che era diventato viola dalla vergogna! Insomma, tragiche pipì a parte, vivevo ogni giorno come una splendida e avvincente avventura e a volte ancora oggi provo una struggente nostalgia per quei tempi straordinari e irripetibili vissuti in quella che per me è stata una grande ed ineguagliabile scuola di vita: la magica Cina Popolare degli anni ’80!
Tranquilli, non è finita qui! Siamo appena all’inizio dei miei viaggi per cui la prossima settimana vi racconterò del “traumatizzante” trasferimento in “aereo” da Changsha a Canton, della “affascinante” prima colazione in uno degli alberghi con la posizione più suggestiva che io abbia mai visto ed alcune altre “cosette” interessanti. A presto!

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